Rapporto Unesco sullo stato di salute della barriera
Affascinanti e dai colori intensi, preziose e luccicanti ma anche fragili, le barriere coralline sono come un forziere che raccoglie tutti i tesori del mare. Il mondo incantato che esse rappresentano e che ruota intorno a loro purtroppo rischia di scomparire. La fotografia che ci viene offerta da organizzazioni come la Fao, la Banca mondiale e la National Geographic Society, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission, con il compito di formulare proposte per il summit del 2014 all’Assemblea generale dell’ONU, è desolante. Negli oceani ci sarebbero “oltre 400 zone morte, riserve di pesce al limite e barriere coralline in pezzi”.
Anche la grande barriera corallina, che fronteggia la costa nordovest dell'Australia per più di 2000 km con un'area di oltre 200 mila kmq, sta per essere dichiarata dall'Unesco luogo del patrimonio mondiale ritenuto “in pericolo”. Australia e Qeensland non avrebbero fatto abbastanza per fermare lo stato di degrado in cui versano le acque, conseguenza anche della incontrollata antropizzazione delle coste. Questo è almeno quanto emerso da un rapporto da tempo atteso e presentato dall’Unesco e dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) sullo stato di salute della barriera.
Lo stesso rapporto nel focalizzare nell’espansione e nello sviluppo della struttura portuale e nel conseguente inquinamento le cause più probabili, ha ventilato l’idea di includere, il prossimo anno, l’area nella lista di quelle ritenute “in pericolo”' , poiché a tutt’oggi non sono stati mantenuti impegni seri da parte dei due governi.
Mentre per il ministro federale dell'Ambiente Tony Burke alcune misure sarebbero state già adottate per proteggere il valore dell'area, come l'impegno da 200 milioni di dollari dedicati alla prossima fase di salvaguardia della barriera, per la senatrice dei Verdi Larissa Waters, non seguire appieno i consigli e le raccomandazioni dell’Unesco costituirebbe un grave danno non solo d’immagine ma anche economico.
Quasi 54 mila persone, infatti, dipendono da una barriera in buona salute e da un'industria turistica fiorente. Invertire lo stato di degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali diventa, allo stato attuale delle cose, un “must” non più rinviabile.
7 maggio 2013 Mila Verboschi