Dallo studio è emerso che nessuno dei 58 Paesi, che emettono un più alto tasso di emissioni nel mondo, ha fatto abbastanza per prevenire i pericolosi cambiamenti climati
La nuova edizione del Climate Change Performance Index (CCPI) è stata presentata da Germanwatch e CAN-Europe alla Conferenza ONU sul clima in corso a Durban, in Sud Africa. Lo studio valuta e classifica l’impatto sul clima di 58 Paesi, calcolato sia sulla base delle emissioni di CO2 che su quella delle politiche climatiche intraprese. Quest'anno alla ricerca hanno contribuito oltre 200 esperti dei rispettivi Paesi che hanno fornito dati derivati dall'analisi delle rispettive politiche nazionali.
Il primo dato rilevante è che nessuno dei 58 Paesi, che emettono un più alto tasso di emissioni nel mondo, ha fatto abbastanza per prevenire i pericolosi cambiamenti climatici. Questo ha fatto sì che i primi tre posti della classifica, corrispondenti alle prestazioni più soddisfacenti a partire da un livello ottimo, non siano stati assegnati. Il quarto, quinto e sesto posto sono andati a tre Paesi europei: Svezia, Regno Unito e Germania. I Paesi peggio classificati di quest'anno sono l'Arabia Saudita, Iran e Kazakistan. Nel complesso, la classifica è stata influenzata dalla crisi economica mondiale, che ha determinato una maggiore crescita delle emissioni nelle economie emergenti rispetto ai paesi industrializzati.
In base a quanto dichiarato da Jan Burck, autore dell'indice di Germanwatch, "L’indice di quest'anno mostra risultati preoccupanti. La dipendenza dal carbone in tutto il mondo non è stato arrestata, ma al contrario è aumentata". Cinque delle dieci maggiori responsabili delle emissioni, in particolare Iran (60%), Cina (57%), Russia (56%), Canada (54%) e USA (52%) sono stati classificati con l'etichetta “molto poveri di prestazioni salva clima”. Tra questi Paesi, la Cina è l'unico con una valutazione buona riguardo alle politiche energetiche: lo sviluppo di energie rinnovabili e di efficienza energetica nel 12 ° piano quinquennale può aiutare questo Paese a scalare la classifica in futuro. "Quello di cui abbiamo bisogno", ha detto Burck, è una "coalizione dei responsabili" per una migliore protezione del clima ".
Un concetto, questo, ribadito anche da Wendel Trio, Direttore del CAN-Europe che ha spronato l'Europa ad azioni più incisive: "L'UE e, tra le economie emergenti, i Paesi più propositivi non possono continuare ad aspettare Stati Uniti, Canada e gli altri ritardatari. L'UE svolge un ruolo importante nello sviluppo di questa "coalizione dei responsabili". Anche se i risultati mostrano chiare differenze tra gli Stati membri dell'UE, l'Unione europea deve unirsi nel perseguire l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 30% entro il 2020. Un'azione più decisa sotto la guida della Danimarca, la presidenza entrante, dovrebbe aumentare le prestazioni di tutti i Paesi UE. I primi tre Paesi classificati (Svezia, Regno Unito e Germania) dovrebbero guidare l'UE nel suo insieme verso una maggiore azione sui cambiamenti climatici e sostenere la Presidenza danese in questo".
Il Sud Africa, ospite della conferenza sul clima delle Nazioni Unite, si è classificato al 38° posto: da un lato, le emissioni in questo Paese sono in aumento, dall’altro gli esperti hanno dato una valutazione relativamente buona della politica nazionale sul clima.
L’Italia è al 30° posto.
La ricerca completa CCPI 2012 e una guida alla metodologia utilizzata sono disponibili all'indirizzo http://www.germanwatch.org/klima/ccpi.htm.
Chiara Bolognini
7 dicembre 2011